descrizione

Perché gocce di armonia? Armonia significa sovrapposizione, incontro, combinazione di suoni diversi. Suonare insieme vuol dire anche ascoltare l'altro per potersi migliorare, per poter sentire la musica con l'altro, per poter costruire insieme. Questo è quello che cerco di fare con i miei studenti: creare armonia, insegnando quanto ascoltare e ascoltarsi sia importante per imparare e conoscere insieme, insegnante inclusa.
Speriamo di comporre, goccia dopo goccia, un mare di sinfonie …
Voglio ringraziare la mia amica Cristina per l'aiuto e l'incoraggiamento, senza di lei questo blog non avrebbe mai avuto inizio. Grazie Crì

Il materiale presente nel blog è stato pubblicato con il permesso dei genitori dei ragazzi.

17 febbraio 2013

IIA Arcinazzo: Libertà di religione 2




 Auschwitz


 Mostar


Gaza



Ricordo 

Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo
svanisca con le nuvole,
ed è la mia perenne consapevolezza del passato
che causa a volte il mio dolore.
ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore,
non scambierei i dolori del mio cuore
con le gioie del mondo intero

Kahlil Gibran


Cosa significa ricordo? cosa memoria? ho scelto di leggere ai ragazzi questi pochi versi di Gibran per comprendere insieme a loro perché oggi bisogna ricordare. Il ricordo è anche dolore, come scrive il poeta, ma il dolore va ricordato, ricordato e comunicato. Loro hanno detto: 
Ricordare significa non dimenticare.
Ricordare significa comprendere un esempio.
Ricordare significa che se quello che è successo è sbagliato, noi non lo dobbiamo rifare. ... Ma prof ancora oggi accadono queste cose!

Come ricorderete avevo già iniziato l'argomento "libertà di religione" e proprio dall'oggi, un percorso a ritroso fatto insieme ai ragazzi che avevano letto in classe testimonianze e storie di cronaca. Devo dire che le lezioni nonostante molto interessanti e la tensione era al massimo. I ragazzi erano increduli e esterrefatti.

Sì. Ricordare per comprendere e fare in modo di non ripetere. Comprendere e fare in modo di comunicare. Comprendere e costruire un futuro diverso.

Ora quindi è il momento di ricordare. 

Vogliamo dedicare una serie di lezioni a tutte quelle persone che sono morte e ancora oggi muoiono in guerre che sono per pretesto o meno anche guerre di religione. La nostra attenzione andrà soprattutto a tutti i bambini e ragazzi più di ogni altro vittime innocenti delle guerre dei "grandi". 
In questo post inserirò tutto il materiale che utilizzeremo in classe, sul quale faremo insieme le nostre riflessioni, per poter renderci partecipi di storie vissute, di vite spezzate, di storie molto passate ma ancora vive, di storie più vicine a noi ma quasi dimenticate.

(Le lezioni hanno riguardato diverse discipline, e quindi il materiale è stato analizzato e discusso anche in contemporanea)

Convenzione dei diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza

Articolo 2 Divieto di discriminazione
Tutti i bambini sono uguali. I governi si impegnano a garantire in qualsiasi momento i diritti a tutti i
bambini, anche se
·         provengono da un altro paese
·         hanno un altro colore di pelle
·         sono di sesso diverso
·         parlano un’altra lingua
·         credono in un altro Dio o non credono in
·         nessun Dio
·         hanno genitori che pensano in modo differente
  • dai tuoi, sono più o meno ricchi di te
  •  sono handicappati
Articolo 14 Ogni bambino può scegliere di professare una religione
Hai anche il diritto di credere nel Dio nel quale vuoi credere. Ci sono persone che credono in Allah, altre in Budda, altre ancora in Gesù Cristo oppure nel Messia. Ci sono persone
che non credono in nessun Dio. Nessuno ha il diritto di vietarti di pregare come hai imparato o di
partecipare alla messa alla quale vai con i tuoi genitori. Quando hai compiuto quattordici anni puoi
decidere se credere in un Dio e in quale. Scegliere di professare una religione si chiama libertà
di culto. I governi riconoscono il diritto dei tuoi genitori di accompagnarti e di educarti nel tuo
credo. Credere, pensare e dire ciò che vuoi può venire limitato soltanto se fai soffrire altre persone.
Articolo 38 Bambini in guerra
Ci sono paesi dove i bambini sono soldati e devono andare in guerra. Ma la guerra non è gioco, e ai
bambini deve venire risparmiato di parteciparvi come soldati. Quando in un paese c’è la guerra, i bambini, le donne e gli anziani hanno diritto a una protezione particolare.


1. Accadde ieri: storie della shoah

(in lingua ebraica השואה ), significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Questo termine venne adottato per la prima volta, nel 1938, dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla Notte dei cristalli
 (9-10 novembre 1938).
Da allora definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa. Ciò spiega come la parola Shoah non sarebbe sinonimo di Olocausto, in quanto la seconda si riferisce allo sterminio compiuto dai tedeschi nei confronti di ebrei, omosessuali, comunisti, Rom, testimoni di Geova, dissidenti tedeschi e pentecostali, mentre la prima definisce solamente il genocidio degli ebrei.

La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:
I. la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei;
II. la loro espulsione dai territori della Germania;
III. la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche;
IV. i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento;
V. la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. 


I campi di concentramento





Le immagini






















I brani che andremo a leggere:
- brani tratti dal Diario di Anna Frank

Particolarmente toccante un testo scritto da una classe quinta del Liceo Scientifico Donatelli di Terni dal titolo In memoria di una ragazza che










NOTTE SU BIRKENAU
Un’altra notte. Torvo, il cielo si chiude ancora
sul silenzio mortale volteggiando come un avvoltoio.
Simile ad una bestia acquattata, la luna cala sul campo —
pallida come un cadavere.
E come uno scudo abbandonato nella battaglia,
il blu Orione — fra le stelle perduto.
I trasporti ringhiano nell’ oscurità
e fiammeggiano gli occhi del crematorio.
È umido, soffocante. Il sonno è una tomba.
Il mio respiro è un rantolo in gola.
Questo piede di piombo che m’opprime il petto
è il silenzio di tre milioni di morti.
Notte, notte senza fine. Nessuna alba.
I miei occhi sono avvelenati dal sonno.
La nebbia cala su Birkenau,
come il giudizio divino sul cadavere della terra.
Tadeusz Borowski, KL Auschwitz




Come sarebbe bella e buona tutta l'umanità se la sera prima di addormentarsi, ciascuno rievocasse tutto ciò che gli è accaduto durante la giornata e tutto ciò che ha fatto, tenendo conto del bene e del male nella sua linea di condotta!
Ci si sforzerebbe allora di correggerci e si attingerebbe la propria forza da una coscienza tranquilla.
 

Anna Frank








Se questo è un uomo
 “Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
    Considerate se questo è un uomo
   Che lavora nel fango
   Che non conosce pace
   Che lotta per mezzo pane
   Che muore per un sì o per un no.
   Considerate se questa è una donna,
   Senza capelli e senza nome
   Senza più forza di ricordare
   Vuoti gli occhi e freddo il grembo
   Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
  
   O vi si sfaccia la casa,
   La malattia vi impedisca,
   I vostri nati torcano il viso da voi.”

C'E' UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE
C'è un paio di scarpette rosse


numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

"Schulze Monaco"

c'è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buchenwald

più in là c'è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

a Buchenwald
servivano a far coperte per soldati


non si sprecava nulla

e i bimbi li spogliavano e li radevano

prima di spingerli nelle camere a gas

c'è un paio di scarpette rosse per la domenica

a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo


chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini

li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l'eternità

perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse


a Buchenwald

quasi nuove

perchè i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.


Joyce Lussu

2. Un passato più vicino: le guerre balcaniche
Impariamo dal passato più vicino a noi, da storie che in qualche modo ci riguardano più da vicino, più vicino di quanto non pesiamo.

Il primo passo è stato ricostruire storicamente i fatti (ci siamo fatti aiutare dal libro di geografia). Qui per un approfondimento.



I ragazzi da soli hanno poi cercato delle testimonianze e le hanno relazionate alla classe.

Testi letti o da leggere:

- letture da Un piccolo diario di guerra di Stjepan Tomas
- pagine dal diario di Zlata Filipovic (dal quale voglio riportare un passo)

Alla fine ho letto un messaggio. Ecco cosa ho detto: «Improvvisamente, 
inaspettatamente, qualcuno sta utilizzando la violenza di una 

guerra che mi terrorizza per strapparmi in modo brutale dalle rive 

della pace, da splendide amicizie, dai giochi, dagli affetti, dalla gioia. 

Mi sento come un nuotatore che è stato costretto, contro la sua volontà, 

a tuffarsi nell’acqua ghiacciata. Sono stordita, triste, infelice e 

spaventata e mi chiedo dove mi stiano portando, mi chiedo perché 
abbiano portato via la pace dalle rive serene della mia infanzia. Accoglievo 
ogni nuovo giorno con allegria, perché aveva una sua bel
lezza. Ero felice di vedere il sole, di giocare, cantare, in poche parole 
avevo un’infanzia felice. Non ne desideravo una migliore. A poco 
a poco mi stanno venendo meno le forze; non riesco più a nuotare 
in queste gelide acque. Riportatemi quindi sulle rive della mia infanzia, 
dove avevo caldo, dov’ero felice e contenta, riportatevi anche 
tutti gli altri bambini che sono stati privati dei loro anni felici e a cui 
è stata tolta la gioia di vivere.





- altre testimonianze
“ Belgrado
Poi un giorno un negoziante che stava servendo Mirsada disse: - Siete profughi, non è vero?
Lei tenne duro. – No- Disse con fermezza – Nient’affatto. Siamo soltanto venuti a trovare mia sorella e suo marito. – Attese che la salsiccia che aveva ordinato venisse tagliata e incartata. Ma Asmir si accorse che mentre tirava fuori le monete le tremavano le dita. E non tornarono più in quel negozio Ogni giorno ci spingevamo più lontano.
Quando Eldar ebbe la tosse e lo portarono in ospedale, nella grande sala
d’attesa la gente li guardò con occhi ostili. E quando l’ infermiera pronunciò ad alta voce il nome di Eldar, l’uomo accanto a loro aggrottò la fronte, borbottando. Asmir si fece più vicino alla madre. Lei teneva la testa alta, ma, dal modo in cui gli stringeva la mano si capiva che era sconvolta. Il dottore che visitò Eldar era gentile, comunque Asmir sperò che non dovessero tornarci un’altra volta.
La nonna s’ innervosiva al pensiero di uscire e restava a casa con Eldar,
cercando di mantenere le due camere sovraffollate più pulite e ordinate
possibile (…) Asmir avrebbe voluto giocare nel parco vicino, e portarci Eldar. Gli dispiaceva per lui, rinchiuso tutto il giorno nel piccolo appartamento, dove non c’era neanche un balcone.
Quando glielo chiese, il viso di Mirsada si fece serio.
-Verrò con voi – rispose – Non potete andare da soli. E quando vi chiamo,
userò dei soprannomi.-
- Perché dobbiamo cambiare nome? – Asmir era perples so
- Perché i vostri nomi sono musulmani – rispose la mamma
Asmir si sentì pieno di paura e di rabbia. La guerra li aveva trascinati via
da casa. Li aveva separati dal loro papà. E adesso si stava prendendo il suo
nome e quello di Eldar”.
(C. Mattigley, Asmir di Sarajevo)











 Anche per Lumi vivere nella sua città natale è difficile da quando la comunità albanese è discriminata dai Serbi.
Gli appunti di Lum Dyla (Lumi), un bimbo albanese nato a Pristina, sono stati trascritti da due giornalisti francesi Genovefa Etienne e Claude Moniquet in forma di diario. Per Lumi annotare i suoi pensieri sulla carta è stato un modo di parlare, di raccontare, di tradurre in parole le emozioni e la paura provate in quei terribili venti mesi vissuti fra violenza, razzismo, odi secolari e bombardamenti fino alla fuga prima in Macedonia e poi in Francia.

“ Martedì 3 marzo 1998Quando penso al grand hotel sulla strada per la scuola rivedo la sua bellissima terrazza. Un paio di anni fa sono passato davanti alla terrazza con papà. Era estate e c’era un sacco di gente seduta ai tavolini. Molti mangiavano il gelato. Ho chiesto se potevo sedermi vicino a loro, ma papà m’ ha detto che non era possibile, già da anni, i serbi avevano licenziato tutti gli albanesi che lavoravano lì e gli albanesi non ci andavano più. - e poi- aveva aggiunto papà- sono sicuro che se anche entrassimo non ci servirebbero-. Comunque ho avuto lo stesso il mio gelato ma in un caffè del mio quartierein cui vanno solo gli albanesi e noi siamo di casa. Succede questo nel mio paese: viviamo gli uni accanto agli altri, ma non ci parliamo. Gli albanesi hanno amici albanesi, fanno la spesa nei negozi albanesi, e i serbi fanno la stessa cosa. E’ brutto, lo so, ma è così”.
“ Giovedì 25 marzo 1999Ieri la Nato ha cominciato a bombardare i serbi. ( … ) Durante la prima notte di attacchi della Nato ho cercato di restare sveglio. Ho anche detto alla mamma che volevo restare alzato tutta la notte per vedere la Nato che bombardava i serbi. Ma mi sono anche fatto una domanda: e se cadessero delle bombe su casa nostra, sul nostro appartamento? Perché il palazzo dove abitiamo è molto alto e noi abitiamo al dodicesimo piano. Ho chiesto a papà:- Come fanno quelli della Nato a capire dagli aerei quali sono gli appartamenti degli albanesi e quali quelli dei serbi?- papà mi ha spiegato. - non preoccuparti, le bombe della Nato sono bombe moderne, bombe intelligenti, capaci di trovare il bersaglio senza sbagliare…- Non sapevo che le bombe potessero essere intelligenti.”(L.Dyla, Il mio diario. La guerra a 7 anni)

Per chi volesse approfondire aggiungo una breve bibliografia con testimonianze di questa lunga guerra.


Lum Dyla, Il mio diario: la guerra a 7 anni, Le Vespe, 2002 
1°marzo 1998-agosto 1999, diario di Lumi bimbo kosovaro costretto a lasciare la 
su casa e il suo paese a causa della guerra…

Zlata Filipovic, Il diario di Zlata. Una bambina racconta Sarajevo, Rizzoli, 1994
Zlata ha undici anni quando esplode l’inferno a Sarajevo e, come tante coetanee, tiene un diario dove annota minuziosamente gli avvenimenti terribili che si trova a vivere, la sua rabbia davanti alla guerra e le sue speranze di un ritorno ad una vita normale.


Luigi Garlando, La vita è una bomba!, Piemme, 2002
Milan, un ragazzo di Sarajevo orfano a causa della guerra, viene adottato da genitori italiani. Attraverso il calcio rielabora i propri sentimenti.


Gaye Hicyilmaz, Il sorriso strappato, Buena Vista, 2002
Nina fugge dalla ex Iugoslavia in guerra, attraversa fiumi, si nasconde, fugge con una meta: arrivare in Inghilterra.
Christobel Mattingley, Asmir di Sarajevo, Mondadori, 1994
Asmir, piccolo musulmano di Sarajevo, fugge dalla guerra con la madre e raggiunge Vienna . Le pagine ci descrivono le difficoltà incontrate nel nuovo paese e l’angoscia per il padre rimasto in Iugoslavia…


Adriana Pedron Pulvirenti, I bambini di Hans, Città Nuova, 1998
Durante la guerra civile, un mercenario austriaco, Hans, smette di combattere e si dedica alla ricerca di bambini feriti o rimasti soli a causa della guerra.


Giacomo Scotti, Non si trova cioccolata, Pironti, 1993 Bim
Una raccolta di lettere di bambini scritte nel 1991 durante la guerra civile.


Stjepan Tomas, Una ragazza di Osijek, Signorelli , 1994
Diario di una ragazzina croata, nata e cresciuta a Osijek, una delle città devastate dalla guerra , iniziata nel 1991, fra Serbia e Croazia che vive, prima la difficile vita in una città assediata e poi la condizione di profuga in Austria.


Nenad Velickovic, Diario di Maja: un’adolescenza a Sarajevo, Editori Riuniti, 1995 Bim
Il diario di una ragazza bosniaca che vive l’inizio della guerra a Sarajevo nell’aprile 1992 rifugiata nel museo di cui il padre era direttore prima della guerra.


I lavori dei ragazzi
(cliccate sull'immagine)










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