descrizione

Perché gocce di armonia? Armonia significa sovrapposizione, incontro, combinazione di suoni diversi. Suonare insieme vuol dire anche ascoltare l'altro per potersi migliorare, per poter sentire la musica con l'altro, per poter costruire insieme. Questo è quello che cerco di fare con i miei studenti: creare armonia, insegnando quanto ascoltare e ascoltarsi sia importante per imparare e conoscere insieme, insegnante inclusa.
Speriamo di comporre, goccia dopo goccia, un mare di sinfonie …
Voglio ringraziare la mia amica Cristina per l'aiuto e l'incoraggiamento, senza di lei questo blog non avrebbe mai avuto inizio. Grazie Crì

Il materiale presente nel blog è stato pubblicato con il permesso dei genitori dei ragazzi.

10 dicembre 2023

La Vita Nova

 "Satie fu un autentico, grandissimo originale in campo musicale (si vedano il primo giugno, il primo luglio e il 3 settembre) e visse un’esistenza di apparenti paradossi e contraddizioni. Istrionico e virtuoso in scena, nel privato era timido e introverso. Elegantissimo in pubblico, vestito di sete e velluti, a casa viveva nel disordine più totale. Deriso dai suoi professori come «lo studente più pigro del Conservatorio», scrisse alcuni dei brani di musica più belli, creativi e memorabili del XX secolo. Alcuni anni dopo la morte di Satie nel 1925 un gruppo di suoi amici riuscì infine a entrare nel suo piccolo appartamento al 22 di rue Cauchy ad Arcueil, alle porte di Parigi, dove lui non aveva lasciato entrare nessuno per ventisette anni. In mezzo alla confusione trovarono, in ordine sparso: due pianoforti a coda uno sopra l’altro, sette completi di velluto, molti ombrelli, una sedia, un tavolo e mucchi di lettere d’amore alla sua musa, amante e vicina Suzanne Valadon, che non le aveva mai spedito. Ispirata da queste lettere, Elena Kats-Chernin ha scritto una suite di ventisei deliziose miniature per pianoforte, ciascuna delle quali riflette un elemento dell’arte, dell’amore e della vita, così unici, di Satie. Meglio ancora se avete la possibilità di ascoltarla sorseggiando un classico cocktail francese."

Burton-Hill, Clemency. Un anno con Mozart (Italian Edition) (p.42). Neri Pozza. Edizione del Kindle.




Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello. — Madame Deverià... io come farò a riconoscerla, quella donna, la mia, quando la incontrerò? Anche solo una domanda elementare che affiora dalle tane sotterranee in cui la si era sepolta. Basta quello.

 — Come farò a riconoscerla, quando la incontrerò? Già. — Ma in tutti questi anni non ve lo siete mai domandato? — No. Sapevo che l’avrei riconosciuta, tutto qui. Ma adesso ho paura. Ho paura che non sarò capace di capire. E lei passerà. E io la perderò. Ha davvero addosso tutta la pena del mondo, il professor Bartleboom. — Insegnatemelo voi, madame Deverià, come farò a riconoscerla, quando la vedrò. Dorme, Elisewin, alla luce di una candela e di una bambina. E Padre Pluche, tra le sue preghiere, e Plasson, nel bianco dei suoi quadri. Forse dorme perfino Adams, l’animale in caccia. Dorme la locanda Almayer, cullata dall’oceano mare. — Chiudete gli occhi, Bartleboom, e datemi le vostre mani. Bartleboom ubbidisce. E subito sente sotto le sue mani il volto di quella donna, e le labbra che giocano con le sue dita, e poi il collo sottile e la camicia che si apre, le mani di lei che guidano le sue lungo quella pelle calda e morbidissima, e se le stringono addosso, a sentire i segreti di quel corpo sconosciuto, a stringere quel calore, per poi risalire sulle spalle, tra i capelli e di nuovo tra le labbra, dove le dita scivolano avanti e indietro fino a quando non arriva una voce a fermarle e a scrivere nel silenzio: — Guardatemi, Bartleboom. La camicia le è scesa sul grembo. Gli occhi le sorridono senza nessun imbarazzo. — Un giorno vedrete una donna e sentirete tutto questo senza nemmeno toccarla. Datele le vostre lettere. Le avete scritte per lei. 

(Alessandro Baricco, Oceano Mare)











Tutto incominciò ad una festa

Il primo giorno di Maggio a Firenze era tradizione festeggiare la giovinezza eterna della vita. Il ritorno di questo mese coincideva con il trionfo della stagione più amata: la primavera. La primavera rivestiva il mondo con il suo nuovo, eterno mantello, e risvegliava in tutti gli esseri la consapevolezza del dono misterioso di vivere, di compiere – senza volerlo – un affascinante viaggio sperimentale. In quel giorno dedicato alla gratitudine per la bellezza del mondo, alla riconsacrazione dei doni più dolci e più fugaci, fiorivano gli innamoramenti estemporanei. Era un tripudio di sguardi innamorati e schivi reciprocamente scambiati. Nella festa della giovinezza, luogo dell’anima prima ancora che stagione della vita, nell’immemore abbandono alla spensierata spontaneità, la morte doveva apparire come una irrealtà insensata, dopo una lunga, misteriosa giornata. In quel giorno non c’era fiorentino che non fosse contagiato da un desiderio di festa.

Ecco la testimonianza di Boccaccio:

« Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de’ suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de’ fiori mescolati fra le verdi frondi la fa ridente, era usanza della nostra città, e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in distinte compagnie festeggiare ».

Folco Portinari è il papà di una fanciulla di nove anni, Beatrice. Questo signor Portinari decide di organizzare un party a casa sua, dove – tra gli altri – invita un suo amico e vicino di casa, Alighiero Alighieri. Anche questo signor Alighieri è un papà, e il suo figliuolo è coetaneo della piccola Beatrice. Se questo ( Beatrice ) è un nome ancora abbastanza diffuso, il figliuolo del signor Alighieri ha un nome un po’ insolito: Durante, che – abbreviato – fa Dante. Questi scopre che il papà è stato invitato a una festa. Vuole andarci pure lui. Il babbo lo accontenta e la festa incomincia.

Dante, giunto a casa Portinari, trova degli amichetti, dei bambini della sua età, con i quali incomincia a giocare ( scrive Boccaccio: « a trastullarsi puerilmente »). Viene intanto servito da mangiare e tra cibi, canti e giochi il tempo spensierato e lieto scorre….

A un certo punto, tra «la turba dei giovinetti», gli occhi del piccolo Dante incrociarono quelli della figliuola del padrone di casa ( il signor Folco ).

Amore a prima vista

Per la prima volta dunque, Beatrice appare a Dante.

Boccaccio ci informa che Beatrice era una bimbetta « la cui età era forse di otto anni, leggiadretta assai secondo la sua fanciullezza, e nei suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedea; e, oltre a questo, aveva le fattezze del viso dilicate molto e ottimamente disposte e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi un’angioletta era reputata da molti. Costei adunque, tale quale io la disegno, o forse assai più bella, apparve in questa festa. Dante, ancora che fanciul fosse, con tanta affezione la bella immagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno innanzi mai, mentre visse, non se ne dipartì».

È dunque un amore a prima vista in tenera età. Non è mai troppo presto ( come non è mai troppo tardi ) per innamorarsi.

da https://libreriamo.it/libri/dante-e-beatrice-un-amore-a-prima-vista-in-tenera-eta/ articolo di Dario Pisano


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